> La Corte della Luna

Moonlight Shadow

Lei, falco di giorno. Lui, lupo di notte. Hanno solo il tormento di un breve istante, al sorgere ed al calar del sole, quando possono quasi toccarsi... Sempre insieme, eternamente divisi...Finché ci saranno il giorno e la notte... [LadyHawke]

 

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Sussurri di Dama

..I due furono traditi. Avevano lo stesso confessore, un prete sciocco e debole, che un giorno, ubriaco, confessandosi al suo superiore, commise un peccato mortale: rivelò il patto segreto degli innamorati al Vescovo. Quel vecchio stolto non capì quanto terribile sarebbe stata la vendetta del Vescovo. Sua grazia sembrava impazzito: perse la santità e la ragione. Giurò che se non l'avesse avuta lui, nessun altro l'avrebbe avuta mai. Così Navarre e Isabeau fuggirono da Agijon. Il Vescovo li inseguì, senza tregua, sempre alle costole, più ostinato di un segugio. Un uomo malvagio e potente, odiato e temuto, respinto perfino da Roma stessa. Egli evocò tutti i poteri delle tenebre, pur di riuscire a dannare gli innamorati. Nella sua furia e frustrazione stipulò un orribile patto... col diavolo stesso. Le potenze infernali profferirono una maledizione terribile, che tu hai visto realizzarsi: di giorno Isabeau è il bellissimo falco che tu hai portato qui da me, e di notte, come hai già capito, la voce del lupo che si ode è il grido di Navarre. Povere creature senza più il ricordo della loro semivita umana e che non possono mai sfiorarsi. Hanno solo il tormento di un breve istante, al sorgere e al calar del sole, quando possono quasi toccarsi... ma neanche.

..Sempre insieme, eternamente divisi.

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Cortigiani alla Corte della Luna

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Le immagini della Corte sono prese dal web e la Dama non ne conosce gli autori. Non è sua intenzione contraffare alcunchè, esse occorrono soltanto a rendere ancor più chiaro il pensiero espresso. Che possano essere per il lettore lieta fonte di sogni, così come lo sono per la Bianca Signora che ivi dimora.


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Immagini di me

 

 

 

 

30/01/2004

Soddisfo una richiesta: la mia Arcadia è esattamente così

¸.•**•.¸Narrato da Jauja, la Dama Bianca¸.•**•.¸

alle 23:48
Sogna con me... commenti (4)


30/01/2004

“Ma voi tremate di freddo” – disse Mirabella guardando in viso la fanciulla. “Non abbiamo il permesso di accendere il fuoco nelle celle, perché il freddo ci aiuta a ricordare la Passione di Cristo…o almeno così dice suor Helene” – il suo viso si illuminò per la prima volta dopo molti giorni - “..anche se io son convinta che di nascosto nella sua cella conservi pesanti coperte sotto il letto. Ma badate a non dire mai una cosa del genere in sua presenza, mi raccomando, perché potreste essere punita severamente!”.

Arcadia annuì, ancora molto spaesata ed infreddolita.

“Lo sapete che siete la prima fanciulla con cui parlo da quando son qui?” – sospirò Mirabella.

“Siete in questa Santa casa da molto?”

“Dai primi dell’autunno..che sembra non finir mai. Tornasse la primavera…almeno non saremmo costrette a rimaner chiuse in queste quattro mura per tutto il giorno” – disse Mirabella.

Vibrava di forza nuova e non sapeva spiegarsene il motivo. Forse parlare le faceva bene, si disse. Ma perché non aveva provato prima? Perché non aveva tentato di scambiare qualche parola con le altre novizie? Perché con quella fanciulla così fragile le riusciva così facile esporre i propri desideri e le proprie speranze?

Un altro lampo all’orizzonte indicò che un temporale era in arrivo.

Arcadia si voltò piano verso la minuscola finestra ogivale che dava sul chiostro, mentre la fiamma del lampo le illuminava i begli occhi profondi come il mare.

“Sette lunghi anni…anche allora i lampi scossero il cielo..”.

“Non..non capisco Arcadia” – ma non ebbe modo di terminare, perché suor Helene entrò nella cella.

Le due fanciulle si voltarono a guardarla e Mirabella prese subito il Rosario che era sul pagliericcio per darle modo di credere che stessero recitando le preghiere della sera. Non aveva voglia di essere punita di nuovo e certo non voleva che la giovane nuova arrivata provasse la sferza che qualche giorno prima aveva lacerato le sue carni.

Ma mai avrebbe pensato che suor Helene proferisse le parole che le sue orecchie udirono.

“La Madre Superiora comanda che voi prendiate alloggio insieme..non vi sono altre celle disponibili” – aggiunse con un fil di voce, come se non fosse certa nemmeno lei delle parole che venivano fuori dalle sue labbra.

Arcadia chinò il capo senza proferir parola, come se si attendesse quel trattamento e poi si voltò, senza degnare di altro sguardo la maestra delle novizie. Ma Mirabella restò senza fiato: non era permesso alle fanciulle nemmeno di parlare tra loro, ed ora permettevano alle ultime arrivate di dormire insieme? E c’era un’ala della Santa casa che non era per nulla utilizzata, Mirabella l’aveva scorta nei primi giorni di permanenza nel monastero.

Senza fiatare annuì e finalmente la Maestra uscì, non prima però di aver rivolto ad entrambe uno sguardo di sdegno e di disapprovazione.

“Non credo alle mie orecchie, Arcadia…da quando siete arrivata accadono le cose più strane….”

Ma Arcadia non la stava ascoltando: il suo sguardo era rivolto fuori, illuminato dai molti lampi, nunzi di tempesta.

“Sette anni…alte erano le fiamme…” – disse, appena udibile a se stessa.

¸.•**•.¸Narrato da Jauja, la Dama Bianca¸.•**•.¸

alle 22:33
Sogna con me... commenti (6)


30/01/2004

Le donne, i cavalier, l'arme, gli amori, le audaci imprese, gli anni bui dell'umanità...quante volte abbiamo sentito parlare di questi eventi, ottimamente miscelati tra loro in storie d'altri tempi, eterne ed immortali!

La storia che vado a raccontare, miei cari Cortigiani, ha il sapore dell'antico come i racconti di mille anni fa, densi di fascino e mistero. Vi prego di sedervi accanto al fuoco, intorno a me, e chiudere gli occhi, perché vivrete un'avventura affascinante, se solo avrete la voglia di ascoltare….

Il calice

Anno del Signore 1314, primi di Autunno

Il monastero si ergeva alto sulla collina. I cavalli faticavano non poco ad ascendere sul sentiero, nonostante i cavalieri li spronassero continuamente con le sferze. Mirabella alzò gli occhi contro il sole, schermandosi dalla luce con le mani: si lasciò sfuggire un sospiro, mentre piano cominciava la salita. Quel monastero sarebbe stato la sua casa per gli anni a venire, almeno fino a quando qualche nobile barone non l’avesse richiesta in sposa, presa visione della sua dote: ma se la proposta non fosse mai pervenuta, ammise con se stessa a malincuore, quella severa costruzione in pietra che dominava il colle sarebbe stata la sua tomba.

Il corteo giunse al cancello del monastero e alla porta venne loro incontro la maestra delle novizie, una donna anziana e per nulla di bell’aspetto, che si presentò loro con il nome di Suor Helene: “Siano benvenuti i lor Signori nel monastero della Divina Croce. E’ questa la ragazza?” – domandò con sguardo arcigno che non prometteva nulla di buono, mentre la osservava con occhio indagatore. Mirabella alzò lo sguardo, fiera eppur minuta nella pelliccia che la ricopriva difendendola dal freddo autunnale: i suoi occhi scuri, illuminati dalle folte ciglia, le davano un senso di maturità non consueto per una fanciulla di appena sedici anni, ma i lunghi capelli che le discendevano sulle spalle le addolcivano il viso, rendendola indifesa come una bambina.

Era evidente che la monaca la disapprovava. Ma, si disse la ragazza, doveva esser cosa comune per tutte le giovani dame che giungevano al monastero, da tutti conosciuto come il più spartano della Francia.

Alzò lo sguardo in alto, oltre le spalle della monaca, solo per un istante: le parve di vedere un volto di lontano, dietro le alte vetrate del monastero, ma fu solo un attimo, come un sogno fatto ad occhi aperti. La suora la guardava in quel suo modo sprezzante: “Devo parlare con tuo padre, indi varca il cancello, attendimi all’ingresso e non far nulla fino a che non torno”.

Mirabella annuì e si voltò per salutare il padre che la congedò con un gesto della mano: era evidente che lui e suor Helene dovevano parlare di denaro, così la ragazza a malincuore varcò la soglia del santuario, con la sua borsa sotto il braccio.

“Un attimo” – la fermò suor Helene – “non avrai bisogno di quella, qui” – disse con una voce che non ammetteva repliche, indicando la borsa - “indi lasciala a tuo padre che la riporterà a casa”.

Mirabella chiuse gli occhi: sapeva di star lasciando la sua vita dietro quel cancello, ma il padre non obiettò alle rimostranze della monaca e lei obbedì, come era stata abituata a fare sin da piccola, per timore della sferza del genitore.

Avanzò nel chiostro del monastero guardandosi intorno e per la prima volta si rese conto che non era l’unica costruzione che si ergeva sulla collina. A poca distanza, sull’altro versante, sorgeva un’altra abbazia, di egual dimensione, ma molto più antica di quello in cui lei era stata relegata: non riusciva a vedere da quella posizione da chi fosse abitata, ma notò che aveva una forma strana, un po’ a cuspide, anche se non riusciva a capire quali fossero le differenze che la rendevano inusuale ai suoi occhi.

La monaca la raggiunse dopo pochi istanti, chiudendo il pesante cancello alle sue spalle e, senza dirle alcunché, la precedette all’interno del monastero.

Tutto era silenzio. Sembrava non ci fosse nessuno, eppure era strano perché doveva essere abitato da una vasta comunità di suore e da un numero elevato di fanciulle.

Possibile che non vi fosse alcun rumore? “Sbrigati Mirabella, la Madre Superiora ha da parlarti” – le ingiunse in modo perentorio la maestra delle novizie – “e non ama chi la lascia attendere”.

Il tono era chiarissimo e l’idea che la ragazza si stava facendo su quel luogo fu ampiamente avallata quando entrò nello studio personale della Badessa. Due occhi freddi più del ghiaccio, una voce tagliente come la lama di un coltello, la donna era in piedi dinnanzi alla finestra che dava sul chiostro.

“Non amo attendere, sorella Helene” – le disse – “digiunerete per tre giorni da oggi per imparare il rispetto che mi dovete. Per la Gloria del Signore…” – disse, senza voltarsi.

“…Ora e sempre, Madre” – aggiunse in un fil di voce la monaca. Mirabella sgranò gli occhi, notando che la monaca non aveva avuto il coraggio di controbattere. Che follia! Non c’era stato alcun ritardo e suor Helene aveva semplicemente svolto il proprio lavoro, di certo inviata dalla Madre Badessa in persona.“…e sarà vostra cura punire la ragazza con dieci frustate per avervi fatto perdere del tempo. Potete andare entrambe” – aggiunse con voce glaciale.

Era inaudito! Era stata alla finestra tutto il tempo, aveva veduto come si erano svolti gli eventi e le puniva in quel modo atroce!

Mirabella, scossa e tremante, si voltò verso la maestra delle novizie che le rivolse, di rimando, uno sguardo carico di odio e rancore, che la trafisse da parte a parte. Era entrata con le sue stesse gambe nella porta dell’inferno.

Anno del Signore 1314, 13 Ottobre

Le ferite le dolevano ogni volta che si sedeva , ma ormai le sue carni si stavano rimarginando. Mirabella guardò fuori dalla sua scarna cella, oltre il piccolo pertugio nel muro che le fungeva da finestra: il sole stava tramontando e tra breve sarebbe suonata la campana del Vespro. Una lacrima le rigò il volto. Non poteva scrivere nulla ai suoi genitori, non gliel’avrebbero permesso e sarebbe stata punita di nuovo: nel suo ricordo era ancora troppo vivida la scena della sua punizione senza logica il primo giorno che era giunta al Monastero della Divina Croce e soprattutto degli occhi infiammati dall’odio di suor Helene, che aveva continuato a colpire anche dopo che lei era svenuta.

Si era risvegliata nella sua cella, dolorante, senza cibo né acqua, sola per la prima volta nella sua vita.

Ma poi i giorni le avevano insegnato a come ovviare alla sferza, a come fuggire l’ira della maestra delle novizie, e soprattutto a come non incrociare mai lo sguardo della badessa.

Aveva veduto finalmente chi abitava nel monastero: tante giovinette della sua età, ed alcune anche più piccole, che non osavano parlare e si aggiravano come ombre affrante in quella grande costruzione di pietra fredda. Mirabella sospirò. Era l’ora di incamminarsi. Ma ad un tratto sentì uno scalpiccio di zoccoli e piano si alzò a vedere, stando ben attenta a non farsi vedere da chi fosse stato nel chiostro.

Un’altra carovana era giunta alle porte dell’abbazia, con tre cavalieri incappucciati che non palesavano il loro volto. Insieme a loro una fanciulla, con gli occhi più azzurri che Mirabella avesse mai visto e una pelle di candida purezza, meravigliosamente incorniciata da lunghi capelli color del grano d’agosto. Mirabella aggrottò la fronte. Come mai la ragazza giungeva di notte quasi, e con una scorta incappucciata? E perché, contrariamente al solito, non era discesa solo suor Helene ad accogliere i visitatori ma anche la Badessa, che non usciva dal suo studio se non per le Lodi ed il Vespro?

Mirabella attese alla finestra trattenendo il respiro. Quel monastero celava troppe stranezze, troppe incongruenze al suo interno, e vari erano i comportamenti dei presenti che la inducevano a credere che quel che pensava non fossero sue fantasie.

Decise di scendere nell’atrio: avrebbe dovuto comunque attraversarlo per giungere in cappella, tanto valeva passare subito, così avrebbe avuto modo di osservare da vicino gli strani movimenti di quella sera senza incorrere in rischio di punizioni.

Per un attimo si sentì rinata: da quando era giunta alla badia era la prima volta che sentiva in sé la voglia di scoprire e di vivere avventure, che pure aveva caratterizzato la sua infanzia.

Chiuse piano la porta della sua cella: il corridoio era vuoto e quasi buio come al solito. Le altre fanciulle forse erano già con i loro messali, pronte per recitare la preghiera della sera in compagnia delle monache. Piano percorse il corridoio e prese a scendere le scale che l’avrebbero portata nel chiostro, con il cappuccio della mantella ben calato sugli occhi e la testa bassa.

“Chi va là, nella notte?” – sentì urlare dinnanzi a lei. Tutti si voltarono a guardarla, e Mirabella, terrorizzata per la voce che aveva parlato più che per il fatto di esser stata scoperta, tremante si scoprì la testa e balbettò: “Madre, so.. sono Mirabella. Stavo recandomi in cappella per il Vespro…”.

Con gli occhi bassi la fanciulla non si rese conto che la Badessa aveva alzato la mano e fatto rinfoderare la spada al cavaliere incappucciato. Poi parlò.

“Questa sera reciterete tutte il Vespro nelle vostre celle, in modo da meditare sui vostri peccati quotidiani. Puoi andare….e porta con te la tua nuova compagna, che io ho da discutere con questi signori e suor Helene deve avvertire le altre, in modo che non debbano vagare al buio, come ladre, come hai fatto tu stasera” – e sottolineò l’intonazione della sua frase, che non ammetteva repliche.

“Come comandate, Madre” – replicò Mirabella, mentre si accostava piano e non senza paura alla fanciulla, tendendole la mano. Per un istante gli sguardi delle due ragazze si incrociarono: Mirabella non seppe decifrare lo strano sorriso che le venne rivolto, ma si sentì a disagio, come modificata nella sua anima. E non ebbe paura di ciò.

Dopo che le due fanciulle furono scomparse alla vista, salendo piano per la scala che portava ai dormitori, l’uomo incappucciato – ormai nascosto nell’ombra della notte – parlò di nuovo: “Ritenete saggio, Madre, unire quelle due fanciulle?”

La monaca sorrise, mentre un lampo le trapassava gli occhi. “Le loro vite sono unite da un legame indissolubile, mio signore. Presto conosceranno il loro terribile destino. E’ solo questione di tempo”.

Da lontano il cielo fu squarciato da un lampo.

Le due ragazze raggiunsero il dormitorio in silenzio. La prima a parlare fu la fanciulla misteriosa, che fino a quel momento aveva taciuto, mantenendo uno stretto riserbo.

Si voltò un secondo, forse per vedere se c’era qualcuno che le seguiva, poi prese fiato e parlò: “Come vi chiamate madamigella?”

Mirabella si girò piano e la guardò per la prima volta in volto, per scrutarne i lineamenti. Era davvero bellissima, con una carnagione bianchissima e con quell’aria pacata e quasi assente che la rendeva così diversa da lei: sembrava che la fanciulla non fosse mai stata baciata dalla luce del giorno, così piccola e fragile come una crisalide che stenta a divenir farfalla.

“Mirabella de Gisors è il mio nome. E vostra grazia come si chiama?” – rispose.

A Mirabella parve che la fanciulla tentennasse, ma fu solo un attimo. Indi rispose: “Arcadia. Arcadia de Blanchefort. E non appellatemi come se fossi una regina, perché non lo sono, ve ne prego”.

Arcadia tremava. Ma non era il freddo che la intirizziva, Mirabella lo sapeva bene. Le sorrise per rassicurarla e la fanciulla le rispose di rimando. E fu come se la cella si illuminasse di luce nuova.

Il cerchio si stava chiudendo.

¸.•**•.¸Narrato da Jauja, la Dama Bianca¸.•**•.¸

alle 12:43
Sogna con me... commenti (2)


30/01/2004

Orbene, cari Visitatori..la Dama si è resa conto che vi ha fatto attendere fin troppo e che deve continuare la sua storia..troppo a lungo Ella ha atteso...quindi eccoci giunti laddove eravamo rimasti, tanto per rimandare alla memoria di tempi passati..........

¸.•**•.¸Narrato da Jauja, la Dama Bianca¸.•**•.¸

alle 12:37
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30/01/2004

Grazie Aurora..

Per voi tutti..perchè possiate sempre essere giovani in spirito e nel cuore...

¸.•**•.¸Narrato da Jauja, la Dama Bianca¸.•**•.¸

alle 09:49
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29/01/2004

Dies irae

Dies irae, dies illa
solvet saeclum in favilla:
teste David cum Sibylla.

Quantus tremor est futurus,
quando judex est venturus,
cuncta stricte discussurus!

Tuba mirum spargens sonum
per sepulcra regionum,
coget omnes ante thronum.

Mors stupebit et natura,
cum resurget creatura,
judicanti responsura.

Liber scriptum proferetur,
in quo totum continetur,
unde mundus judicetur.

Judex ergo cum sedebit,
quidquid latet apparebit:
nil inultum remanebit.

Quid sum miser tunc dicturus?
Quem patronum rogaturus,
cum vix justus sit securus?

Rex tremendae majestatis,
qui salvandos salvas gratis,
salva me fons pietatis.

Recordare, Jesu pie,
quod sum causa tuae viae:
ne me perdas illa die.

Quaerens me, sedisti lassus:
redemisti Crucem passus:
tantus labor non sit cassus.

Juste judex ultionis,
donum fac remissionis
ante diem rationis. 

Ingemisco, tamquam reus:
culpa rubet vultus meus:
supplicanti parce, Deus.

Qui Mariam absolvisti,
et latronem exaudisti,
mihi quoque spem dedisti.

Preces meae non sunt dignae:
sed tu bonus fac benigne,
ne perenni cremer igne.

Inter oves locum praesta,
et ab haedis me sequestra,
statuens in parte dextra.

Confutatis maledictis,
flammis acribus addictis:
voca me cum benedictis.

Oro supplex et acclinis,
cor contritum quasi cinis:
gere curam mei finis.

Lacrimosa dies illa,
qua resurget ex favilla
judicandus homo reus.

Huic ergo parce, Deus:
pie Jesu Domine,
dona eis requiem. Amen.




























































¸.•**•.¸Narrato da Jauja, la Dama Bianca¸.•**•.¸

alle 10:26
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28/01/2004

Per un amico...

Preghiera Semplice

Signore, fa di me
uno strumento della Tua Pace:
Dove è odio, fa ch'io porti l'Amore,
Dove è offesa, ch'io porti il Perdono,
Dove è discordia, ch'io porti l'Unione,
Dove è dubbio, ch'io porti la Fede,
Dove è errore, ch'io porti la Verità,
Dove è disperazione, ch'io porti la Speranza,
Dove è tristezza, ch'io porti la Gioia,
Dove sono le tenebre, ch'io porti la Luce.

<San Francesco>

 










¸.•**•.¸Narrato da Jauja, la Dama Bianca¸.•**•.¸

alle 23:10
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28/01/2004

Una rosa per dirvi che...

¸.•**•.¸Narrato da Jauja, la Dama Bianca¸.•**•.¸

alle 10:12
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27/01/2004

 

 

 

Non celare il segreto del tuo cuore

Non celare il segreto del tuo cuore,
amico mio.
Dillo a me, solo a me, in segreto.
Tu che sorridi tanto gentilmente,
sussurralo sommessamente,
il mio cuore l'udrà,
non le mie orecchie.

La notte è fonda,
la casa è silenziosa,
i nidi degli uccelli
son coperti di sonno.

Dimmi tra lacrime esitanti,
tra sorrisi titubanti,
tra dolore e dolce vergogna,
il segreto del tuo cuore!


-Rabindranath Tagore-





















¸.•**•.¸Narrato da Jauja, la Dama Bianca¸.•**•.¸

alle 09:47
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27/01/2004

Un sogno...

¸.•**•.¸Narrato da Jauja, la Dama Bianca¸.•**•.¸

alle 09:40
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